La fortuna di Botticelli
ha attraversato i secoli,
percorrendo pagine
e immagini della storia
della cultura europea.
L'omaggio
alle suggestioni
del maestro fiorentino
non conosce infatti
frontiera, nè tempo.

GIORGIO VASARI

Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri.

ALLO ILLUSTRISS<IMO>
ET ECCELLENTISS<IMO> SIGNORE
IL SIGNOR COSIMO DE’ MEDICI
DUCA DI FIORENZA

Signore mio osservandissimo

Poi che la Eccellenzia Vostra, seguendo in ciò l’orme de gli illustrissimi suoi progenitori e da la naturale magnanimità sua incitata e spinta, non cessa di favorire e d’esaltare ogni sorte di virtú dovunque ella si truovi, et ha spezialmente protezzione de l’arti del disegno, inclinazione a gli artefici d’esse, cognizione e diletto delle belle e rare opere loro, penso che non le sarà se non grata questa fatica presa da me di scriver le vite, i lavori, le maniere e le condizioni di tutti quelli che, essendo già spente, l’hanno primieramente risuscitate, di poi di tempo in tempo accresciute, ornate e condotte finalmente a quel grado di bellezza e di maestà dove elle si truovano a’ giorni d’oggi.

E percioché questi tali sono stati quasi tutti Toscani e la piú parte suoi Fiorentini e molti d’essi da gli illustrissimi antichi suoi con ogni sorte di premii e di onori incitati et aiutati a mettere in opera, si può dire che nel suo stato, anzi nella sua felicissima casa siano rinate, e per benefizio de’ suoi medesimi, abbia il mondo queste bellissime arti ricuperate e che per esse nobilitato e rimbellito si sia.

Onde, per l’obligo che questo secolo, queste arti e questa sorte d’artefici debbono comunemente a gli suoi et a lei come erede della virtú loro e del lor patrocinio verso queste professioni e per quello che le debbo io particularmente per avere imparato da loro, per esserle suddito, per esserle devoto, perché mi sono allevato sotto Ippolito Cardinale de’ Medici e sotto Alessandro suo antecessore, e perché sono infinitamente tenuto alle felici ossa del Mag<nifico> Ottaviano de’ Medici, dal quale io fui sostentato, amato e difeso mentre che e’ visse, per tutte queste cose dico, e perché da la grandezza del valore e della fortuna sua verrà molto di favore a quest’opera e da l’intelligenza ch’ella tiene del suo soggetto meglio che da nessuno altro sarà considerata l’utilità di essa e la fatica e la diligenza fatta da me per condurla, mi è parso che a l’Eccellenzia V<ostra> solamente si convenga di dedicarla, e sotto l’onoratissimo nome suo ho voluto che ella pervenga a le mani degli uomini.

Degnisi adunque l’Eccellenzia V<ostra> d’accettarla, di favorirla e, se da l’altezza de’ suoi pensieri le sarà concesso, talvolta di leggerla, riguardando a la qualità delle cose che vi si trattano et a la pura mia intenzione; la quale è stata non di procacciarmi lode come scrittore, ma come artefice di lodar l’industria et avvivar la memoria di quegli che, avendo dato vita et ornamento a queste professioni, non meritano che i nomi e l’opere loro siano in tutto, cosí come erano, im preda della morte e della oblivione.

Oltra che in un tempo medesimo, con l’esempio di tanti valenti uomini e con tante notizie di tante cose che da me sono state raccolte in questo libro, ho pensato di giovar non poco a’ professori di questi esercizii e di dilettare tutti gli altri che ne hanno gusto e vaghezza. Il che mi sono ingegnato di fare con quella accuratezza e con quella fede che si ricerca alla verità della storia e delle cose che si scrivono. Ma se la scrittura, per essere incolta e cosí naturale com’io favello, non è degna de lo orecchio di V<ostra> Eccellenzia né de’ meriti di tanti chiarissimi ingegni, scusimi, quanto a loro, che la penna d’un disegnatore, come furono essi ancora, non ha piú forza di linearli e d’ombreggiarli e, quanto a lei, mi basti che ella si degni di gradire la mia semplice fatica, considerando che la necessità di procacciarmi i bisogni de la vita non mi ha concesso che io mi eserciti con altro mai che col pennello.

Né anche con questo son giunto a quel termine, a ‘l quale io mi imagino di potere aggiugnere ora che la fortuna mi promette pur tanto di favore, che con piú comodità e con piú lode mia e piú satisfazione altrui potrò forse cosí col pennello come anco con la penna spiegare al mondo i concetti miei qualunque si siano. Percioché oltra lo aiuto e la protezzione che io debbo sperar da l’Eccellenzia V<ostra>, come da mio signore e come da fautore de’ poveri virtuosi, è piaciuto alla divina bontà d’eleggere per suo vicario in terra il santissimo e beatissimo Iulio III Pontefice Massimo, amatore e riconoscitore d’ogni sorte virtú e di queste eccellentissime e difficilissime arti spezialmente.

Da la cui somma liberalità attendo ristoro di molti anni consumati e di molte fatiche sparte fino a ora senza alcun frutto. E non pur io, che mi son dedicato per servo perpetuo a la Santità S<ua>, ma tutti gl’ingegnosi artefici di questa età ne debbono aspettare onore e premio tale et occasione d’esercitarsi talmente, che io già mi rallegro di vedere queste arti arrivate nel suo tempo al supremo grado della lor perfezzione e Roma ornata di tanti e sí nobili artefici, che annoverandoli con quelli di Fiorenza che tutto giorno fa mettere in opera l’Eccellenzia V<ostra>, spero che chi verrà doppo noi arà da scrivere la quarta età del mio volume, dotato d’altri maestri, d’altri magisterii che non sono i descritti da me, nella compagnia de’ quali io mi vo preparando con ogni studio di non esser degli ultimi.

Intanto mi contento che ella abbia buona speranza di me e migliore opinione di quella che senza alcuna mia colpa n’ha forse conceputa; desiderando che ella non mi lasci opprimere nel suo concetto dell’altrui maligne relazioni fino a tanto che la vita e l’opere mie mostreranno il contrario di quello che e’ dicono.

Ora con quello animo che io tengo d’onorarla e di servirla sempre dedicandole questa mia rozza fatica, come ogni altra mia cosa, e me medesimo l’ho dedicato, la supplico che non si sdegni di averne la protezzione o di mirar almeno a la devozione di chi gliela porge; et alla sua buona grazia raccomandandomi, umilissimamente le bacio le mani.
D<i> V<ostra> Eccellenzia umilissimo servitore

GIORGIO VASARI, Pittore Aretino.


[…]

SANDRO BOTTICELLO
Pittor Fiorentino

Sforzasi la natura a molti dare la virtú, et in contrario gli mette la trascurataggine per rovescio, perché non pensando al fine della vita loro, ornano spesso lo spedale della lor morte come con l’opre in vita onorarono il mondo. Questi nel colmo delle felicità loro sono de i beni della fortuna troppo carichi e ne’ bisogni ne son tanto digiuni, che gli aiuti umani da la bestialità del lor poco governo talmente si fuggono, che col fine della morte loro vituperano tutto l’onore e la gloria della propria vita. Onde non sarebbe poca prudenzia ad ogni virtuoso, e particularmente a gli artefici nostri, quando la sorte gli concede i beni della fortuna, salvarne per la vecchiezza e per gli incomodi una parte, acciò il bisogno che ogni ora nasce, non lo percuota; come stranamente percosse Sandro Botticello, che cosí si chiamò ordinariamente per la cagione che appresso vedremo.

Costui fu figliuolo di Mariano Filipepi cittadino fiorentino, dal quale diligentemente allevato e fatto instruire in tutte quelle cose che usanza è di insegnarsi a’ fanciulli in quella città, prima che e’ si ponghino a le botteghe, ancora che agevolmente apprendesse tutto quello che e’ voleva, era nientedimanco inquieto sempre; né si contentava di scuola alcuna, di leggere, di scrivere o di abbaco, di maniera che il padre infastidito di questo cervello sí stravagante, per disperato lo pose a lo orefice con un suo compare chiamato Botticello, assai competente maestro allora in quella arte.

Era in quella età una dimestichezza grandissima e quasi che una continova pratica tra gli orefici et i pittori; per la quale Sandro, che era desta persona e si era volto tutto a ’l disegno, invaghitosi della pittura, si dispose volgersi a quella. Per il che, aprendo liberamente l’animo suo al padre, da lui che conobbe la inchinazione di quel cervello, fu condotto a fra’ Filippo del Carmine, eccellentissimo pittore allora et acconciato seco a imparare, come Sandro stesso desiderava. Datosi dunque tutto a quella arte, seguitò et imitò sí fattamente il maestro suo, che fra’ Filippo gli pose amore, et insegnolli di maniera che e’ pervenne tosto ad un grado che nessuno lo arebbe stimato.

Dipinse, essendo giovanetto, nella Mercatanzia di Fiorenza, una Fortezza fra le tavole delle Virtú che Antonio e Piero del Pollaiuolo lavorarono. In S. Spirito di Fiorenza fece una tavola alla cappella de’ Bardi, la quale è con diligenza lavorata et a buon fin condotta, dove sono alcune olive e palme lavorate con sommo amore. Lavorò nelle Convertite una tavola a quelle monache, et a quelle di San Barnaba similmente un’altra. In Ogni Santi dipinse a fresco nel tramezzo alla porta che va in coro, per i Vespucci, un Santo Agostino, nel quale cercando egli allora di passare tutti coloro ch’al suo tempo dipinsero, molto s’affaticò; la quale opera riuscí lodatissima per avere egli dimostrato nella testa di quel santo, quella profonda cogitazione et acutissima sottigliezza, che suole essere nelle persone sensate et astratte continovamente nella investigazione di cose altissime e molto difficili.

Per il che, venuto in credito et in riputazione, dall’Arte di Porta Santa Maria gli fu fatto fare in San Marco una Incoronazione di Nostra Donna in una tavola, et un coro d’angeli, la quale fu molto ben disegnata e condotta da lui. In casa Medici, a Lorenzo Vecchio, lavorò molte cose, e massimamente una Pallade su una impresa di bronconi che buttavano fuoco, la quale dipinse grande quanto il vivo, et ancora un S. Sebastiano in Santa Maria Maggior di Fiorenza.

Per la città in diverse case fece tondi di sua mano e femmine ignude assai, delle quali oggi ancora a Castello, luogo del Duca Cosimo <fuor> di Fiorenza, sono due quadri figurati, l’uno Venere che nasce, e quelle aure e venti che la fanno venire in terra con gli amori, e cosí un’altra Venere che le Grazie la fioriscono, dinotando la Primavera; le quali da lui con grazia si veggono espresse.

Nella via de’ Servi in casa Giovanni Vespucci, oggi di Piero Salviati, fece intorno <a> una camera molti quadri, chiusi da ornamenti di noce, per ricignimento e spalliera, con molte figure e vivissime e belle. Ne’ monaci di Cestello a una cappella fece una tavola d’una Annunziata. In San Pietro Maggiore alla porta del fianco, fece una tavola per Matteo Palmieri con infinito numero di figure, la Assunzione di Nostra Donna con le zone de’ cieli come son figurate, i Patriarchi, i Profeti, gli Apostoli, gli Evangelisti, i Martiri, i Confessori, i Dottori, le Vergini e le Gerarchie, disegno datogli da Matteo ch’era litterato. La quale opra egli con maestria e finitissima diligenza dipinse. Èvvi ritratto appiè Matteo in ginocchioni e la sua moglie ancora. Ma con tutto che questa opera sia bellissima e che ella dovesse vincere la invidia, furono però alcuni malivoli e detrattori, che non potendo dannarla in altro dissero che e Matteo e Sandro gravemente vi avevano peccato in eresia; il che se è vero o non vero, non se ne aspetta il giudizio a me, basta che le figure che Sandro vi fece veramente sono da lodare, per la fatica che e’ durò nel girare i cerchi de’ cieli e tramezzare tra figure e figure d’angeli e scorci e vedute in diversi modi diversamente, e tutto condotto con buono disegno.

Fu allogato a Sandro in questo tempo una tavoletta piccola, di figure di tre quarti di braccio l’una; la quale fu posta in Santa Maria Novella fra le due porte, nella facciata principale della chiesa, nello entrare per la porta del mezzo a sinistra: et èvvi dentro la Adorazione de’ Magi, dove si vede tanto affetto nel primo vecchio, che baciando il piede al Nostro Signore e struggendosi di tenerezza, benissimo dimostra avere conseguito la fine del lunghissimo suo viaggio. E la figura di questo re è il proprio ritratto di Cosimo Vecchio de’ Medici, di quanti a’ dí nostri se ne ritruovano il piú vivo e piú naturale. Il secondo, che è Giuliano de’ Medici, padre di Papa Clemente VII, si vede che intentissimo con l’animo, divotamente rende riverenzia a quel putto e gli assegna il presente suo. Il terzo, inginocchiato egli ancora, pare che adorandolo gli renda grazie e lo confessi il vero Messia. Né si può descrivere la bellezza che Sandro mostrò nelle teste che vi si veggono, le quali con diverse attitudini son girate, quale in faccia, quale in proffilo, quale in mezzo occhio, e qual chinata, et in piú altre maniere e diversità d’arie di giovani, di vecchi, con tutte quelle stravaganzie che possono far conoscere la perfezzione del suo magisterio; avendo egli distinto le corti di tre re, di maniera che e’ si comprende quali siano i servidori dell’uno e quali dell’altro. Opera certo mirabilissima, e per colorito, per disegno e per componimento ridotta sí bella, che ogni artefice ne resta oggi maravigliato.

Et allora gli arrecò in Fiorenza e fuori tanta fama, che Papa Sisto IIII, avendo fatto fabbricare la cappella in palazzo di Roma e volendola dipignere, ordinò ch’egli ne divenisse capo; onde in quella fece di sua mano le infrascritte storie, ciò è quando Cristo è tentato dal Diavolo, quando Mosè amazza lo Egizzio, e che riceve bere da le figlie di Ietro Madianite. Similmente quando sacrificando i figliuoli di Aaron, venne fuoco da’ cielo, et alcuni santi papi nelle nicchie di sopra alle storie.

Laonde, acquistato fra molti concorrenti che seco lavorarono, e Fiorentini e di altre città, fama e nome maggiore, ebbe da ‘l papa buona somma di danari; i quali ad un tempo destrutti e consumati tutti nella stanza di Roma, per vivere a caso come era il solito suo, e finita insieme quella parte che e’ gli era stata allogata, e scopertala, se ne tornò subitamente a Fiorenza. Dove per essere persona sofistica, comentò una parte di Dante, e figurò lo Inferno e lo mise in stampa, dietro al quale consumò di molto tempo, per il che non lavorando fu cagione di infiniti disordini alla vita sua.

Mise in stampa ancora il Trionfo della Fede di fra’ Girolamo Savonarola da Ferrara, e fu molto partigiano a quella setta. Il che fu causa che, abbandonando il dipignere e non avendo entrate da vivere, precipitò in disordine grandissimo. Perché ostinato alla setta di quella parte, faccendo continuamente il piagnone e deviandosi da ‘l lavoro, invecchiando e dimenticando, si condusse in molto mal essere.

Aveva lavorato molte cose in quel di Volterra e molte a Lorenzo Vecchio de’ Medici, il quale mentre visse sempre lo sovvenne. Et in San Francesco fuor della porta San Miniato un tondo con una Madonna, con angeli grandi quanto il vivo, il quale fu tenuto cosa bellissima.

Dicesi che Sandro era persona molto piacevole e faceta, e sempre baie e piacevolezze si facevano in bottega sua, dove continovamente tenne a imparare infiniti giovani, i quali molte giostre et uccellamenti usavano farsi l’un l’altro, e Sandro stesso accusò per burla uno amico suo di eresia a gli Otto; il quale comparendo domandò chi l’aveva accusato e di che, perché sendogli detto che Sandro era stato, il quale diceva ch’ei teneva l’opinione degli Epicurei, che l’anima morisse col corpo, rispose e disse: “Egli è vero che io ho questa opinione dell’anima sua, ch’è bestia, e bene è egli eretico, poiché senza lettere comenta Dante e mentova il suo nome invano”.

Dicesi ancora che molto amava quegli che vedeva studiosi della arte, e dicono che guadagnò molto, e tutto per trascurataggine senza alcun frutto mandò in mala parte. Fu da Lorenzo Vecchio molto amato e da infiniti ingegni et onorati cittadini ancora. Ma finalmente, condottosi vecchio e disutile, camminava per terra con due mazze, per il che non potendo piú far niente, infermo e decrepito, ridotto in miseria, passò di questa vita d’anni LXXVIII, et in Ogni Santi di Fiorenza fu sepolto l’anno MDXV.

Meritò veramente Sandro gran lode in tutte le pitture che e’ fece dove lo strigneva lo amore e la affezzione, et ancora che e’ si fusse indiritto come si disse a le cose, che per la ipocresia si recano a noia le bellissime considerazioni della arte, e’ non resta però che le sue cose non siano e belle e molto lodate, e massimamente la tavola de’ Magi di Santa Maria Novella.

In su la grandezza della quale si vede oggi dí suo appresso di Fabio Segni una tavola dentrovi la Calumnia di Apelle, dove Sandro divinamente imitò il capriccio di quello antico pittore, e la donò ad Antonio Segni suo amicissimo. Et è sí bella questa tavola che, e per la invenzione di Apelle e per la pittura di Sandro, è ella stata onorata di questo epigramma:

INDICIO QVEMQVAM NE FALSO LAEDERE TENTENT
TERRARVM REGES, PARVA TABELLA MONET.
HVIC SIMILEM AEGYPTI REGI DONAVIT APELLES:
REX FVIT ET DIGNVS MVNERE MVNVS EO.


Nota:
Tratto dall’edizione a cura di Luciano Bellosi, Aldo Rossi. Presentazione di Giovanni Previtali. Giulio Einaudi Editore Torino 1986. Collana: I Millenni

Nota:
Edizione per i tipi di Lorenzo Torrentino, Firenze 1550.